
venerdì 26 marzo 2010
1998 – José Saramago – Portogallo

Incipit di “Cecità”.
Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è che dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città, e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è che dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città, e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
1995 – Seamus Heaney – Nord Irlanda

Un artista (poesie scelte)
Mi piace, l’idea della sua rabbia.
La sua ostinazione contro la roccia, la sua
coercizione della sostanza dalle mele verdi.
Il suo modo di fare il cane che abbaia
All’immagine di se stesso che abbaia.
E l’odio per l’abbraccio del suo lavoro
come se fosse
l’unica cosa degna di lavoro –
la volgarità di aspettarsi sempre
gratitudine o ammirazione, che poi
sarebbe stato come rubargli qualcosa.
Il modo in cui la sua fermezza d’animo
teneva e si rafforzava,
perché faceva quello che sapeva.
La sua fronte come una boule lanciata
attraverso lo spazio non dipinto
dietro la mela e dietro la montagna.
Mi piace, l’idea della sua rabbia.
La sua ostinazione contro la roccia, la sua
coercizione della sostanza dalle mele verdi.
Il suo modo di fare il cane che abbaia
All’immagine di se stesso che abbaia.
E l’odio per l’abbraccio del suo lavoro
come se fosse
l’unica cosa degna di lavoro –
la volgarità di aspettarsi sempre
gratitudine o ammirazione, che poi
sarebbe stato come rubargli qualcosa.
Il modo in cui la sua fermezza d’animo
teneva e si rafforzava,
perché faceva quello che sapeva.
La sua fronte come una boule lanciata
attraverso lo spazio non dipinto
dietro la mela e dietro la montagna.
1994 – Oe Kenzaburo – Giappone

Incipit di “L’animale d’allevamento”
Mio fratello e io rimestavamo con pezzi di legno la superficie morbida, odorante di grasso e di cenere del forno crematorio provvisorio, costituito da una buca poco profonda scavata nel sottobosco del fondovalle. Il tramonto e la nebbia – una nebbia fredda come l’acqua di fonte che sgorgava nel bosco – avevano già avvolto il fondovalle, e sul piccolo villaggio che noi abitavamo, raccolto intorno alla strada sassosa sul lato della montagna rivolto verso la valle, calava una luce violetta. Io raddrizzai la schiena curva e distesi l’intera cavità orale in uno sbadiglio privo di forza. Anche mio fratello si alzò facendo un piccolo sbadiglio e mi sorrise.
Mio fratello e io rimestavamo con pezzi di legno la superficie morbida, odorante di grasso e di cenere del forno crematorio provvisorio, costituito da una buca poco profonda scavata nel sottobosco del fondovalle. Il tramonto e la nebbia – una nebbia fredda come l’acqua di fonte che sgorgava nel bosco – avevano già avvolto il fondovalle, e sul piccolo villaggio che noi abitavamo, raccolto intorno alla strada sassosa sul lato della montagna rivolto verso la valle, calava una luce violetta. Io raddrizzai la schiena curva e distesi l’intera cavità orale in uno sbadiglio privo di forza. Anche mio fratello si alzò facendo un piccolo sbadiglio e mi sorrise.
1993 – Toni Morrison – USA
1992 – Derek Walcott – Saint Lucia

Il pugno
Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta
oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.
Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.
Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta
oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.
Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.
1991 – Nadine Gordimer – Sud Africa

Incipit de “Il mondo tardoborghese”
Aprii il telegramma e dissi: “È morto”. Sollevando lo sguardo verso quello di Graham Mill compresi che sapeva di chi stavo parlando, prima ancora che potessi dirlo. Aveva incontrato alcune volte Max, il mio primo marito, e naturalmente sapeva tutto di lui: mi aveva aiutata a vederlo quando era in carcere.
Aprii il telegramma e dissi: “È morto”. Sollevando lo sguardo verso quello di Graham Mill compresi che sapeva di chi stavo parlando, prima ancora che potessi dirlo. Aveva incontrato alcune volte Max, il mio primo marito, e naturalmente sapeva tutto di lui: mi aveva aiutata a vederlo quando era in carcere.
1990 – Octavio Paz – Messico

Incipit de “Il labirinto della solitudine”
A tutti noi, in un dato momento, la nostra esistenza si è rivelata come qualcosa di particolare, inalienabile e stupendo. Quasi sempre questa rivelazione avviene durante l’adolescenza. La scoperta di noi stessi si manifesta come un saperci soli; tra il mondo e noi s’innalza un’impalpabile, trasparente muraglia: quella della nostra coscienza.
A tutti noi, in un dato momento, la nostra esistenza si è rivelata come qualcosa di particolare, inalienabile e stupendo. Quasi sempre questa rivelazione avviene durante l’adolescenza. La scoperta di noi stessi si manifesta come un saperci soli; tra il mondo e noi s’innalza un’impalpabile, trasparente muraglia: quella della nostra coscienza.
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