mercoledì 17 marzo 2010

1960 – Saint-John Perse – Francia


Tratto da “Elogi”

Il seme

In un vaso l’hai nascosto, il seme porpora rimasto sul tuo giubbone di capra.
Non ha germogliato.

1959 – Salvatore Quasimodo – Italia


Poesia

Già vola il fiore magro

Non saprò nulla della mia vita,
oscuro monotono sangue.

Non saprò chi amavo, chi amo,
ora che qui stretto, ridotto alle mie membra,
nel vasto vento di marzo
enumero i mali dei giorni decifrati.

Già vola il fiore magro
dai rami. E io attendo
la pazienza del suo volo irrevocabile.

1958 – Boris Pasternak – URRS


Incipit de “Il dottor Zivago”

Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto.
I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è il morto?”. La risposta era: “Zivago”. “Ah! Allora si capisce”. “Ma non lui, la moglie”. “È lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale”.

1957 – Albert Camus – Francia


Incipit de “Lo straniero”

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti”. Questo non dice nulla: è stato forse ieri.

1956 – Juan Ramòn Jimènez – Spagna


Tratto da “Prime poesie”

La luna mi versa nell’anima

La luna mi versa nell’anima
profonda un’acqua abbagliante,
che me la rende uguale
a un pozzo tiepido e dolce.

Il mio fondo allora, buono
per tutti, sale, sale
e spiega, al livello del prato
del mondo, la sua acqua lucente.

Acqua che ha in sé stella e fiore,
che attrae la sete con lumi
celesti, ove sono, naufraghi
d’amore, gli azzurri regni.

1955 – Halldòr K. Laxness – Islanda


Tratto da “Salka Valka”

Il battello postale in servizio lungo la costa islandese, arranca prudentemente attraverso la nebbia compatta. Orientandosi sulle stelle e sulle rocce a picco, s’insinua nel fiordo di Axlar per giungere senza ritardo ad Oseyri. La nebbia nevosa è attraversata dagli acuti sibili del fischietto del comandante. Nel salone di prima classe, due viaggiatori dall’aspetto distinto, proveniente dal Mezzogiorno, parlano delle luci che si veggono splendere sulla riva.
- Quando si naviga lungo questa costa – essi dicono – nel profondo buio invernale, non si può fare a meno di pensare che difficilmente, nel mondo intero, possa esistere qualche cosa di più povero e insignificante d’un paesello aggrappato ad alte montagne scoscese. Come si svolge la vita laggiù? Come vi si muore? Che cosa si dice quella gente quando si desta al mattino? E la domenica in qual modo se la passa? chissà come si sentirà il pastore quando sale sul pergamo a Natale e a Pasqua. Non voglio dire che cosa intenda, ma soltanto che cosa pensi.

1954 – Ernest Hemingway – USA


Incipit di “Addio alle armi”

Sul finire dell’estate di quell’uomo eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca, se non per le foglie.